L’insediamento di Mursia
Il villaggio fortificato di Mursia è sito su alcuni terrazzi caratterizzati da ripidi e quasi inaccessibili pendii prospicienti la costa scogliosa del fianco nord-occidentale dell’isola di Pantelleria. Nei pressi del limite sud dell’insediamento vi è la Cala dell’Alca, oggi profondamente alterata dall’azione di una enorme cava che ha completamente (in seguito all’indisturbato ed intenso lavoro di cinquant’anni) mutato l’andamento costiero cancellandolo con ingenti colmate dovute al riversamento in mare dei residui di cava. Purtroppo in tal modo si è cancellato quello che doveva costituire un vero e proprio approdo naturale che dovette essere alla base della scelta del sito da insediare. Il villaggio era, pertanto, naturalmente fortificato nella sua parte più alta (acropoli) ed aveva un formidabile approdo naturale disponibile sia per le operazioni legate alla pesca che all’espletamento dei traffici commerciali. Che la Cala dell’Alca sia stata potenzialmente funzionale all’approdo lo si evince anche dall’osservazione delle vecchie carte geografiche precedenti l’impianto della cava e dalla situazione topografica registrata da Orsi nel suo volume.
Così naturalmente dotato e protetto l’insediamento risultava artificialmente fortificato nella sua parte più alta ove era stato costruito un poderoso muro, ancora oggi ben conservato in altezza, con il sistema del doppio paramento che conteneva un ingente riempimento pietroso che aveva alla base una larghezza oscillante tra gli 8 e 10 metri. Per la sua altezza e per la sua mole il muro aveva una sezione fortemente trapezoidale necessaria per contenere e scaricare le spinte della sua cospicua massa. Analizzandone attentamente la struttura notiamo la possibilità che il suddetto muro fosse dotato di due ampie porte sui lati orientale e settentrionale oggi chiuse. Saggi effettuati presso il fianco settentrionale del muro hanno dimostrato che esso fu costruito in una fase seriore della vita dell’abitato dato che poggia sulle tracce di una prima fase insediativa capannicola preesistente.
L’abitato appare costituito da capanne ovali, circolari e da edifici a moduli quadrangolari costruiti con muretti a secco a doppio paramento ed alzati in fango ed elementi vegetali.
In seguito all’indagine sistematica recente che ha già consentito di mettere in luce consistenti tracce dell’abitato in due porzione dell’area insediata si è potuta dettagliare la diacronia insediamentali sostanzialmente sintetizzabile nella sequenza di tre fasi costruttive principali tutte inquadrabili nel medesimo contesto culturale ed in un ambito cronologico che, sulla base delle datazioni radiometriche si colloca nel XVI secolo a.C.
In una prima fase il villaggio era costituito da capanne dal perimetro circolare, talvolta ovale molto allungato. Quasi sempre le capanne erano seminterrate. La seconda fase è rappresentata dalle tracce di appena due capanne circolari dal profilo irregolare. In una terza ed ultima fase alle capanne preesistenti, sia esse ovali che circolari, si addossano piccoli vani quadrangolari. Si vengono a creare in tal modo dei veri e propri edifici multicamerali impiantati secondo una logica in parte agglutinante, ma in parte predefinita dato che i nuovi ambienti quadrangolari presentano muri divisori comuni. E’ in questa fase che notiamo già l’emergere di vere e proprie piccole e strette strade rettilinee intercluse tra edifici contigui.
Tra le capanne della prima fase spiccano quelle ovali estremamente allungate che presentano spesso estese banchine addossate al muro perimetrale per circa una metà distale del suo andamento. Tali capanne vissero a lungo come testimonia la presenza di più battuti sovrapposti distanziati da strati di notevole spessore. Spesso i muri perimetrali di queste capanne vennero adagiati direttamente sul banco roccioso trachitico di base che appare, in queste circostanze, visibilmente spianato artificialmente. Caratteristica presente, anche se non regolare, è l’affiancamento simmetrico di due o più capanne ovali più o meno allungate che, data l’esiguità dello spazio intercapannicolo sul lato lungo contiguo, lascia pensare a sistemi costruttivi simultanei ed anche ad ipotesi (ancora da verificare) di possibili coperture comuni. Tale evidenza ci porta, comunque, ad ipotizzare, già nella prima fase di vita dell’abitato all’esistenza di probabili unità parentelari allargate che potrebbero far pensare a situazioni di emergente gerarchizzazione sociale. In ogni caso la presenza di più capanne affiancate ed accomunate da medesimo orientamento ci aiuta a comprendere la dinamica dell’andamento costruttivo per parti unitarie dell’insediamento e la loro scansione nel tempo che potrebbe anche indicare analogamente affinità parentelari. Ad avvalorare la possibile presenza di ben definiti spazi capannicoli autonomi concorre anche la presenza di vere e proprie piccole e strette stradelle che ripartiscono ulteriormente lo spazio abitato.
Che vi sia già in questa fase iniziale di vita dell’abitato una diversificazione funzionale delle stesse appare chiaro dalle caratteristiche di una di queste finora scavata: la capanna D 3. Essa aveva un perimetro circolare; era piccola ed irregolare. Era dotata da una bassa panchina in pietra rivestita d’argilla che correva lungo le pareti interrompendosi presso il fianco settentrionale ove lasciava uno spazio occupato da un piccolo podio tronco conico d’argilla. Il particolare stato di conservazione del rivestimento della banchina e del podio è dovuto anche al fatto che un incendio ha reso terracotta i rivestimenti d’argilla. Ciò che più ci ha colpito nel corso dello scavo è la serie cospicua di vasi di varia dimensione la cui forma ci induce a pensare ad un loro uso cerimoniale. I vasi erano visibilmente adagiati sulla panchina e rovinarono in parte a terra per gli eventi subiti dall’intera struttura. Il podio era, pertanto, al centro ed aveva la funzione di un piccolo altare su cui probabilmente si adagiavano di volta in volta vasi cerimoniali ed offertori.
La terza ed ultima fase di vita dell’insediamento vede la comparsa di un fenomeno comune a molti abitati costieri siciliani che, in seguito all’intensificarsi dei contatti trasmarini, intraprendono un percorso di evoluzione architettonico-urbanistica che permette l’edificazione di edifici costituiti da più vani unitariamente costruiti. Una pianta complessa che si giustifica soltanto in un contesto culturale che ha avuto stimoli evolutivi basati su necessità socio-economiche più avanzate. A Mursia le capanne delle fasi precedenti non vengono abbandonate, ma in un caso esse vengono inglobate in un edificio multicamerale addonsandovi vani quadrangolari simultaneamente.
Il passaggio dalla semplice capanna isolata all’edificio complesso multicamerale è, nel Mediterraneo centrale, indizio di processi di complessizzazione socio-economica basati spesso su stimoli provenienti dall’esterno. In particolare in altri siti, come il villaggio dei Faraglioni di Ustica e Thapsos, presso Siracusa, simili fenomeni di evoluzione urbanistico-architettonica si giustificano con una forte presenza di elementi diagnostici che indicano la presenza attiva di quei siti nelle reti commerciali marittime gestite dai trafficanti micenei. In tutte le fasi notiamo l’esistenza di medesimi arredi capannicoli quali panchine in pietra, battuti spesso parzialmente guarniti e rafforzati da lastre litiche, focolari costruiti o con lastre in pietra realizzando delle vere e proprie ciste litiche, o con superfici di concotto protette talvolta da lastra litica e superfici murarie intonacate. Ciò dimostra la continuità etnico-culturale dell’insediamento malgrado i mutamenti architettonico-urbanistici evidenti nell’ambito della facies di Rodì-Tindari-Vallelunga.
La coincidenza di quanto avviene a Pantelleria con questi ed altri siti più o meno coevi del Mediterraneo centrale è evidente ed ha ricevuto un’ulteriore riprova dalla scoperta proprio nel corso di questi scavi a Mursia di alcuni significativi indicatori di presenza egea e di elementi provenienti dal Mediterraneo orientale. Interessante è la presenza di molteplici frammenti di contenitori il cui impasto richiama produzioni egee e del Mediterraneo orientale, ma anche ceramiche caratterizzate da decorazioni a pittura opaca anch’esse riferibili a produzioni orientali. Tra gli oggetti particolarmente indicativi figura anche una perlina in cobalto con filino d’oro incluso di origine egiziana. Tra gli ornamenti significativi una collana in grani di faience e alcune perline in ambra di manifattura egea.
Accanto ai reperti di chiara provenienza egea e del Mediterraneo orientale compaiono alcune ceramiche inquadrabili con certezza nella facies di Tarxien Cemetery e Capo Graziano. Si configura, pertanto, un sistema di relazioni centro mediterranee integrato in una rete più vasta inglobante anche l’Egeo ed il Mediterraneo orientale. Questi indicatori, insieme con la chiara presenza di produzione metallurgica (oggetti finiti, scorie di fusione in bronzo e due matrici), con la loro presenza chiariscono la posizione attiva che il villaggio di Mursia ebbe nei confronti della rete commerciale marittima dei secoli XVII-XVI che caratterizza il primo emergere del sistema mercantile mediterraneo. Questo risultato scientificamente eccezionale è foriero di ulteriori sviluppi che permetteranno di scrivere un’altra pagina della storia più antica dei commerci mediterranei confermando il ruolo fondamentale di Pantelleria anche in quel periodo come snodo importante nelle rotte mediterranee sia Est-Ovest che Nord-Sud.
Il caso di Pantelleria dimostra che l’importanza del commercio per la società occidentale sta anche nella constatazione che lo scambio di beni è sempre legato (spesso ne è la causa) a mutamenti strutturali, all'incremento della complessità istituzionale, a più necessità di immagazzinamento, di produzione e distribuzione, con tutto ciò che ne consegue nell’organizzazione e nell’innovazione tecnologica e nell’emergere della complessità sociale. In altre parole il commercio mediterraneo ingenera nelle società occidentali dei veri e propri fenomeni di acculturazione che notiamo anche nel villaggio di Mursia. E’ in quest’ottica che va interpretata, infatti, la dinamica architettonico-insediamentale che porta allo sviluppo dalla capanna monocellulare al suo accorpamento in edifici multicamerali. L’esigenza di maggiore funzionalità degli edifici è evidentemente un bisogno in parte indotto che viene soddisfatto mediante il richiamo a prototipi esterni che vengono autonomamente ed originalmente rielaborati nel solco di una tradizione sempre viva.
In quest’ottica appaiono ben contestualizzati i numerosi “tokens” in terracotta (prodotti levigando semplici frammenti ceramici) che, com’è noto, costituiscono l’evidenza di sistemi parascrittoi e di computo tipici di società rese complesse dal loro inserimento in circuiti commerciali a vasto raggio.
Al di là del muro di fortificazione si estende per una vasto territorio la necropoli relativa all’insediamento abitato costituita da quei monumenti singolari che hanno reso nota Pantelleria nell’ambito degli studi di preistoria mediterranea : i sesi.
I sesi (termine dialettale locale indicante cumulo di pietre artificiale) sono strutture circolari a tronco di cono, costruite secondo una tecnica megalitica ed adibite ad esclusiva funzione funeraria. La loro tipologia riflette il modulo a torre ben noto nelle altre isole del Mediterraneo centrale : dalle navetas e talayots balearici, alle torri della Corsica ed ai nuraghe sardi. Naturalmente tali confronti hanno ben poco senso poiché ogni variante locale di tale modulo assume le sue peculiarità formali e tecniche specifiche, nonché le proprie dinamiche filogenetiche.
I sesi, infatti, a differenza dei simili monumenti succitati, non presentano una struttura cava all'interno non essendo delle strutture portanti. Ne deriva che la loro tecnica costruttiva risulta estremamente elementare. Ad un paramento ben costruito con poderosi blocchi corrisponde una struttura interna a sacco di pietrame vario. Dai fianchi si accedeva ad una o più piccole cavità adibite al rituale funerario. Si tratta di vere e proprie celle a pianta circolare collegate all’esterno da un lungo corridoio. Sia le celle che i corridoi presentano le parti più alte costituite da pseudo-volte costruite con blocchi piazzati a contrasto secondo una tecnica che possiamo inquadrare in uno stadio tecnicamente precedente il sistema della volta a tholos.
Una struttura, quindi, estremamente semplificata che per nulla sembra richiamare le arditezze della statica talayotica delle Baleari, torreana della Corsica e nuragica della Sardegna, e che semmai ne riprende soltanto le esperienze formative almeno al livello di convergenza fenomenica. E' proprio con i monumenti più antichi che possono collocarsi alla base dell'insorgenza nuragica che troviamo gli elementi più significativi di confronto tipologico e tecnico. Ci riferiamo ai nuraghi a corridoio o 'pseudonuraghi' - da Albucciu a Peppe Gallu e Bruncu Madugui - caratterizzati dalla netta prevalenza della muratura sullo spazio vuoto fruibile. Questa tipologia trova ulteriori confronti in Francia con alcuni tumuli databili al neolitico medio, quali quelli di La Hogue e La Hoguette, in Calvados.
Tuttavia l'originalità dell'acquisizione pantesca del modulo a torre piena va spiegata tenendo presente gli sviluppi della vicina tradizione siciliana dei rituali funerari contemporanei. Ciò anche in virtù del fatto che la sfera culturale nella quale l'orizzonte pantesco dei sesi si inserisce è quello siciliano di Castelluccio. E’ bene ricordare che nell'ambito di questa cultura la tipologia tombale imperante fu sempre ancorata all'idea di tomba ipogeica a grotticella. L’idea dell’ambiente circolare, probabilmente riproducente la capanna, costituiva uno dei cardini fondamentali di quella cultura. E', pertanto probabile che chi impiantò l'insediamento di Mursia a Pantelleria, provenendo dalla Sicilia, portasse con sè tale tradizione. Ma difficilmente poté perseguirla a causa della difficoltà oggettiva di scavare grotticelle nella consistente e frastagliata struttura vulcanica dell'isola. E' molto probabile, quindi, che il sese nasca dall'esigenza di trasferire la tipologia della tomba a grotticella scavata nella roccia anche sul suolo pantesco. L’esigenza indifferibile di avere sepolcri in cellette ben celate e consistenti determinò, pertanto, l'esigenza di creare un supporto artificiale ove creare efficacemente tale cella pseudoipogeica. Nella creazione di tale supporto di valido aiuto dovette essere l'imprestito formale costituito dall'introduzione del modulo a torre già da tempo diffuso nel Mediterraneo centrale. Tradizione e innovazione si mescolano nella realizzazione del sese costituendo un esempio di ibrido architettonico tra i più interessanti della storia dell’architettura mediterranea.
La dislocazione topografica dei sesi ricogniti ci autorizza a presumere l’esistenza di gruppi clanali ben distinguibili e che si perpetrano nel tempo. Che nel medesimo luogo per successive generazioni lo stesso clan abbia collocato i propri defunti lo si evince dall’indizio diacronico costituito dalla variabilità architettonica dei tumuli che insistono nel medesimo raggruppamento.
I gruppi riconoscibili, come si evince dalla pianta relativa, sono almeno sette. A differenza di quanto si potrebbe pensare non sembra che i raggruppamenti individuati possano rappresentare marcatori territoriali di proprietà o sfruttamento del suolo. I sesi si collocano, infatti, sempre in zone fortemente caratterizzate da suolo accidentato prodotto della colata del Gelkamar. Si tratta di suoli inutilizzabili per scopi agricoli.
Che fosse espressamente intenzionale l’occupazione funeraria di suoli inadatti per l’agricoltura è dimostrato dal fatto che nella piccola pianura di Mursia, ad un attento esame effettuato sul finire del 1997, non si è localizzato alcun sese. Al contrario nel braccio di colata lavica a nord della pianura suddetta, in prossimità dell’area oggi occupata dagli alberghi Mursia e Cossyra, oltre ad un sese sistematicamente scavato se ne indiziarono altri scomparsi in seguito alla costruzione dei due alberghi di cui sopra.
In conclusione ci pare chiaro che i sesi fossero collocati sulla colata lavica, in zone particolarmente inadatte alla coltivazione, e raggruppati o in arrangiamento circolare o in filiera a seconda della conformazione del suolo, secondo logiche chiaramente clanali di appartenenza.
|